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Non dobbiamo perdere la speranza

Golosaria | 12/03/2020 Stampa STAMPA
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ll video messaggio di Paolo Massobrio e l'editoriale de La Circolare

Non dobbiamo perdere la speranza

Dopo le notizie di ieri vogliamo invitare tutti a non perdere la speranza. Quello che vorremmo dirvi lo consegniamo a un video e all’editoriale de La Circolare, che Paolo Massobrio ha appena finito di scrivere e che sarà presto on line.



Qui di seguito l’editoriale della Circolare n. 2 del 2020

SIAMO ANGELI CON UNA SOLA ALA

Non ricordo dove e chi l’ha scritto, ma questo mese di forzato isolamento ci riporta a quell’immagine del film di Guareschi, dove Peppone e don Camillo sono alle prese con l’alluvione della Bassa e il prete recita la messa in chiesa, da solo, facendo fare l’eco alla sua voce dove dice che “Verrà il giorno in cui le acque torneranno nel loro alveo e tornerà a splendere il sole. E se alla fine voi avrete perso ogni cosa, sarete ricchi se non avrete perso la fede in Dio”. La gente semplice del Mondo Piccolo del Dopoguerra stava dunque sull’argine con il cappello in mano e il capo chino, convinta che da un punto certo si sarebbe ripartiti.

Sono passati decenni e il nostro mondo piccolo di oggi è stato sconquassato da un imprevisto devastante, il Coronavirus. Beppe Severgnini, sul Corriere della Sera del 22 febbraio si è chiesto perché siamo diventati tanto sensibili. “Forse perché insieme sono diminuiti gli imprevisti e in tasca portiamo uno strumento che ci consente di conoscere le condizioni del traffico, la posizione del taxista che verrà a prenderci, le previsioni meteo, gli sforzi che abbiamo compiuto durante la giornata. Gli imprevisti esistono, lo sappiamo: ma li abbiamo messi in una casella apposita, come nel gioco del Monopoli.” E al termine del suo ragionamento si chiede: “Chissà se impareremo qualcosa da quanto sta accadendo. Per esempio se ricorderemo di essere fragili. Se capiremo che, mentre passiamo in questo mondo, possiamo affrontare meglio le difficoltà unendo le forze e le intelligenze, davanti al coronavirus e a tutto il resto”.

E sembra di rileggere la poesia del Viaggio di Montale: “E ora, che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l'ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono che è una stoltezza dirselo”. Il che vuol dire che anche una circostanza così strana può diventare in qualche modo una prova e, come tutte le prove un’opportunità?

Francesco Alberoni sul Giornale fa un’analisi sulla società odierna che ad un certo punto (forse l’Europa, forse gli equilibri del mondo) è diventata un sistema sempre più disordinato. “Ma oltre un certo grado di disordine succede sempre una crisi che distrugge e costringe a riscostruire... a cercare giorno dopo giorno soluzioni nuove per inventare il futuro”.

Alessandro D’Avenia, sempre sul Corsera il 9 marzo ha scritto un pezzo intitolato “Tempo di Miracoli”. E racconta di Alice, una musicista ebrea, molto brava, che venne deportata, ma continuò a insegnare musica a suo figlio piccolo tanto che quella bellezza divenne il nutrimento che salvò lei e il suo bambino. Scrive quindi D’Avenia: “I miracoli esistono: siamo noi. Quello di Alice, con i dovuti distinguo, adesso è chiesto a noi: fare meglio di prima quello che sappiamo e possiamo fare, per servire gli altri, e dare loro speranza, come quelle ragazze che a Torino si sono offerte di fare la spesa per gli ultrasettantenni del loro condominio”.

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Però davanti alla paura, perché di questo si tratta, ciascuno di noi ha bisogno, e anche urgente. Ed è Julian Carron, sul Corriere della Sera del primo marzo che si chiede: “Cosa vince la paura di un bambino? La presenza della mamma”. Come il figlio di Alice nei campi di concentramento, questo metodo vale sempre e per tutti. E non serve “reagire convulsamente o guardare tutto dal buco della serratura della nostra misura razionalista, che alla fine è assolutamente incapace di liberarci dalla paura e di far ripartire la vita”. “In questi momenti – dice ancora don Carron – nessun compito è più decisivo che intercettare quelle persone in cui si vede in atto un’esperienza di vittoria sulla paura... sono così rare tali persone che le si nota immediatamente”.

Romano Levi, il grappaiolo angelico, avrebbe scritto sull’etichetta di una sua grappa: “Siamo angeli con una sola ala”, per dire che soltanto insieme può ripartire qualcosa.
Un altro religioso, mons. Angelo Scola, è intervenuto sul Foglio, il 6 di marzo, dicendo che come Renzo Tramaglino anche noi siamo impauriti della nostra stessa paura. Ed è in questi momenti che uno si fa le grandi domande, del genere “Chi sono io? Perché vivo? E quale direzione intendo dare al mio cammino terreno?”. Sono domande che ci riguardano e ci obbligano a un bilancio, dove tutto sommato fino ad ora la carica del peso andava a pendere per la parte buona. Ma a che è servito questo passato positivo se non produce gratitudine adesso, ovvero una coscienza pronta ad affrontare anche sfide ignote, che tuttavia non sono merce per eroi, ma per gente normale e possibilmente semplice. Dello scritto di monsignor Scola voglio tuttavia ricordare la parte finale, che riguarda la politica, perché il Coronavirus rimette in gioco anche quella, dovendo fare i conti col bene comune. “Già Platone stabiliva un’interessante analogia fra il politico e il tessitore che per ottenere una stoffa liscia ma resistente deve essere capace di intrecciare un solido ordito con una tenera trama, al fine di comporre gli opposti pareri e le opposte opinioni”.

Ora, nel raccogliere queste riflessioni mutuate dalla lettura quotidiana dei giornali si capisce che nella tragedia di questi giorni si sta facendo strada anche qualcosa di diverso e nuovo per affrontare un futuro che non viva nella scontatezza del nostro tran tran. Certo ci siamo dentro tutti: i negozianti e i ristoratori che non potranno reggere molto a lungo; i produttori che fanno parte di quella filiera del gusto che si è improvvisamente fermata. E persino noi che abbiamo imbastito un sistema di comunicazione che sta subendo dei rimandi se non delle cancellazioni.

E poi c’è la quotidianità che è tornata ad essere ammantata di silenzi, e tanti hanno riscoperto cosa vuol dire far da mangiare agli altri, anche solo in famiglia (e dove se no?), quindi avere degli orari perché la vita insieme non può essere disordinata. Ce lo ha insegnato Suor Germana, che proprio il 7 di marzo, a 81 anni, ci ha lasciati, salutata nei giorni a seguire da tutti i giornali italiani. Era passata di moda forse, ma nella sua missione aveva ben presente cosa teneva unita una famiglia, a cominciare dai piccoli gesti da condividere insieme, compreso il momento di mangiare.
Oggi ci vien da chiedere: cosa tiene insieme una nazione? Il bisogno e la responsabilità, come fu nel Dopoguerra; quel bisogno generalizzato che accende una luce sull’idea di bene comune, che diventa appunto assunzione di responsabilità per tutti. Di questo abbiamo urgenza per comprendere, come tutti i testimoni che ho scomodato poco sopra, che una battaglia o una guerra che a dir si voglia si vince insieme, come gli angeli dall’ala mutilata di Romano Levi. Ora noi di Papillon, nel nostro piccolo, siamo qui e siamo insieme a tutti voi anche per questo.

P.S. A corollario di quanto scritto, è commovente leggere dell’iniziativa di un gruppo di ristoratori (che è la categoria più colpita) che ha promosso, coordinati da Alberto Lupini (italiaatavola.it) una raccolta fondi per sostenere le unità di terapia intensiva dell’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo e dell’Ospedale Spallanzani di Roma. E così il sito Tannico che insieme a una gruppo di cantine ha scelto di sostenere per il medesimo motivo il Sacco di Milano.